Cibo biologico per cani e gatti – Uno sguardo scientifico
Published On 31 dicembre 2017 » 185 Views» By Marco Anelli »
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Cibo biologico e controllo

Orientarsi al cibo biologico significa innanzitutto essere alla ricerca di un’alimentazione salutare, essere educati al benessere alimentare, ma anche affrontare inevitabilmente il tema del controllo. Il biologico è infatti un modo per cercare di controllare al massimo tutta la filiera, creando un sistema che dia più sicurezze e certezze possibili al consumatore in merito ai prodotti che egli desidera acquistare. Il discorso è il medesimo anche per quanto riguarda cani e gatti, dunque per chi vuole fare questa scelta non solo per sé, ma anche per chi condivide spazi, abitudini e la vita stessa.

Il controllo si espande dalla semina in campo fino al pet food, coinvolgendo anche l’allevamento. Il mangime degli animali deve essere biologico, questi ultimi devono godere di spazio, di una certa metratura che permetta loro di razzolare. I polli devono essere allevati a terra. Niente capannoni stretti dunque e una maggiore attenzione al benessere animale, oltre che all’evitare il più possibile forme di contaminazione con sostanze chimiche.

Ma perché queste regole? Proviamo a dare uno sguardo scientifico sulla cosa, mantenendo il nostro focus sui cani e i gatti.

Cibo biologico e allevamento

Allevando tanti capi in poco spazio, nei cosiddetti allevamenti intensivi, la natura fa la sua selezione affinché ci sia un proseguo nella biodiversità. Le leggi che governano il caos della natura fanno sì che ci sia una selezione naturale. In poche parole se in 1 mt quadro ci sono 10 soggetti, le epidemie si sviluppano. Affinché non si creino questi fenomeni, perdendo un certo numero di animali, vengono utilizzati dei farmaci, tra i quali un antibiotico chiamato ossitetraciclina, da decenni al centro degli studi di SANYpet – FORZA10. I residui di ossitetraciclina, assunta nell’acqua da beveraggio, permangono però nell’osso e nel grasso di animale, resistendo fino alla realizzazione del pet food. Il Dipartimento Ricerca e Sviluppo SANYpet ha lavorato proprio in questo senso, dimostrando in vitro la presenza dei residui nell’osso e grasso di pollo, oltre che la loro tossicità e addirittura la possibilità di modificazioni epigenetiche nelle successive generazioni in un gruppo familiare.

Volendo fare un calcolo indicativo, la vita di un uomo coincide pressappoco a quella di 5 cani e questo significa che per noi è possibile osservare molto più velocemente i suoi cambiamenti. Il metabolismo accelerato fa sì che tutto venga espresso in modo più rapido.

A livello istintivo cane e gatto hanno dunque molta più necessità dell’uomo di prodotti biologici, perché sono meno evoluti di quest’ultimo nella metabolizzazione delle sostanze tossiche. Scegliere cibo biologico significa ridurre il più possibile la contaminazione da sostanze di sintesi, significa in definitiva avere maggiore garanzia della salubrità del pasto del proprio pet.

Cibo biologico e cereali

E l’agricoltura?

In questi ultimi tempi al centro del mirino ci sono i cereali, accusati di molteplici colpe, tutte causanti danni alla salute del cane e del gatto. La contaminazione avvenuta alcuni anni fa negli Usa che ha portato il mercato a orientarsi verso i prodotti grain free, ma anche l’idea che il cane, in quanto discendente del lupo, non sia di per sé in grado di digerirli.

Il cane è un carnivoro non obbligato ed è diventato onnivoro con la domesticazione. Dal neolitico infatti la domesticazione del lupo è stata effettuata per proteggere l’uomo dagli attacchi degli animali selvatici, convertendo di fatto la specializzazione del lupo nel suo contrario.

Quando gli uomini sono diventati sedentari hanno iniziato a coltivare anche per sfamare gli animali, i quali sono stati nutriti con gli scarti degli umani, tra cui anche i cereali. La parte del genoma che produceva certi neurotrasmettitori è stato modificato, i lupi hanno cercato di capire l’uomo sviluppando caratteristiche diverse e una intelligenza in funzione dell’uomo. Il patrimonio genetico si è dunque modificato e tra le varie cose il “cane-lupo” ha anche “imparato” a digerire i cereali.

In una ricerca pubblicata nel 2013 dai genetisti dell’università di Uppsala, è stato analizzato l’intero genoma di 12 lupi e 60 cani di razze diverse, identificando 36 regioni del genoma che differenziano i primi dai secondi, uguali, invece, in tutte le razze considerate. Proprio riguardo ai geni deputati alla produzione di amilasi, gli studiosi hanno scoperto che i cani ne possiedono da 4 a 30, mentre i lupi soltanto due. Ne risulta che i primi sono 5 volte più facilitati dell’assimilazione di questo alimento rispetto ai secondi.

Uno studio pubblicato su “Open Science” della Royal Society di Londra e condotto da ricercatori delle Università di Rennes e di Grenoble, del CNRS di Lione, ha invece estratto del DNA antico da campioni di ossa e denti dei resti di 13 antichi lupi e cani provenienti da siti archeologici sparsi in tutta l’Eurasia e risalenti ad epoche diverse. Il risultato è una progressione del patrimonio genetico del lupo/cane irregolare, con campioni dotati di quantità geni specifici molto diversi, spiegabile solo attraverso il diverso comportamento dei gruppi umani, quelli che sono rimasti cacciatori o raccoglitori e quelli che si sono dedicati all’agricoltura. Interessante notare che le uniche due razze di cani che hanno ancora due sole copie del gene Amy2B (il principale enzima per la digestione degli amidi) sono gli husky siberiani e i dingo, che hanno vissuto con popolazioni che fino a tempi molto recenti hanno avuto una dieta basata quasi esclusivamente su prodotti della pesca o della caccia.

Cosa è cambiato da allora? L’industrializzazione, la chimica, l’automazione, le fabbriche. Vantaggi certi in termini produttivi, ma alti compromessi in termini di benessere, di qualità dell’alimentazione. Il cibo biologico è un purgatorio che prova a riportarci indietro nel tempo, che non può non essere un procedimento industriale – perché il pet food da esso proviene – ma che prova a ricondurre a un’economia rurale, quella citata poc’anzi ove il cane si cibava degli scarti umani. Scarti umani che un tempo erano comunque pregevoli, perché provenienti da allevamenti estensivi, mucche e pecore al pascolo, polli e galline nell’aia, campi coltivati senza l’utilizzo di pesticidi, fertilizzanti e quant’altro. Proprio quei principi severi e salutari che il biologico fa suo e applica attraverso il rigoroso controllo citato in apertura dell’articolo.

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