Pillole di salute: Violenza e carne

Pillole di salute: Violenza e carne

pilloledisaluteAmici di CGTV, l’aumento dell’aggressività sembra un fenomeno in costante aumento e il fenomeno interessa sia l’uomo sia la specie canina e felina. Cosa accomuna uomo e animali d’affezione che possa spiegare questa forte aggressività molto spesso non giustificata dalle situazioni in cui si manifesta? La prima spiegazione che viene comunemente data si concentra sulle situazioni ambientali di forte stress: ritmo di vita, difficoltà sociali e relazionali, rumore, e non è certo possibile negare che questi fattori generino effettivamente condizioni tali da sfociare in una reattività esasperata, reattività che, ovviamente, sbocca con facilità nella violenza. Un articolo uscito sulla rivista “Vegan per sempre” attribuisce la proliferazione della violenza al consumo di carne, mai stato così alto negli ultimi 60 anni. Si analizzano vari scritti di diverse epoche nei quali emerge che grandi storici, pensatori, filosofi e scienziati (Pitagora, Erasmo da Rotterdam, Seneca, Porfirio, Lamartine, Rousseau) notavano che tiranni, guerrafondai, criminali e assassini erano pressoché costantemente grandi mangiatori di carne. Interessante anche ricordare che Platone, un vegetariano, faceva nutrire con la carne i soldati per renderli più reattivi e feroci. Che logica c’è dietro a tutto ciò? Con ogni probabilità è proprio così, e mi spiego. Personalmente non sono un vegetariano stretto, ma la carne la sto abbandonando sempre più, sia per una scelta etica sia per tutelare la mia salute. Cerco di tutelarla evitando la carne avendo delle prove certe che essa porta numerosi problemi a chi ne mangia, sia esso un essere umano o un nostro amico a quattro zampe. Scriveva il Prof. Armando D’Elia, naturalista, chimico e studioso dell’alimentazione vegetariana, che “gli alimenti sono in grado di condizionare il biochimismo cerebrale, il pensiero e quindi il comportamento delle persone perché la carne, compresa quella di pesce, fa aumentare i livelli dell’aminoacido tirosina e l’accumulo nel cervello di dopamina e adrenalina: i due neurotrasmettitori responsabili della grinta e dell’aggressività tipica degli animali predatori”. Devo dire che quando recentemente ho letto queste parole ho provato una certa emozione in quanto combacia in modo perfetto con gli studi sul comportamento canino e felino che sto conducendo sia personalmente da molti anni sia, nell’ultimo anno, con la Prof. Raffaella Cocco della Facoltà di Veterinaria di Sassari e con un educatore cinofilo molto preparato, Thomas Pirani. Durante la mia vita professionale di clinico dei piccoli animali ho avuto la fortuna di assistere di persona al cambiamento veramente impressionante che si è verificato nel gatto, ma specialmente nel cane, dalla metà degli anni ’70, di specifici lati del comportamento. Guarda caso, proprio l’aggressività e la difficoltà di socializzazione. Nel cane, ad esempio, animale sociale e da branco per definizione, si sono manifestati comportamenti aggressivi anomali addirittura a partire dai 20 o 30 giorni di vita, prima di qualsiasi influenza dell’imprinting. (Ricordo a chi non ne fosse a conoscenza che l’imprinting è una forma di apprendimento in un preciso periodo dopo la nascita, periodo differente da specie a specie. Nel cucciolo di cane o gatto serve per riconoscere i propri genitori a cui affidarsi, in seguito per imparare il comportamento con gli altri individui della propria specie e, in età adulta, per scegliersi un partner). In pratica, un numero sorprendente di cuccioli dell’età di 20 o 30 giorni manifestavano insofferenza vistosa e incomprensibile al maneggiamento e allo schienamento, oltre a divincolarsi strenuamente, ringhiare in modo ovviamente ridicolo ma rivelatore. Questi segnali premonitori si traducevano, in età adulta, in un grande numero di generali con pochissima truppa. Il livello generale di aggressività si traduceva in litigi anche mortali, in certi casi sfociava in adulti che uccidevano cuccioli (non i propri)! La “sindrome da capo branco” si trasportava fatalmente nel branco famigliare, con il risultato che il cane mirava al grado più alto possibile, in pratica sottomettendo chiunque si opponesse a lui. Alla fine erano i familiari che imparavano molto presto cosa potevano e cosa non dovevano fare in casa! Solo le persone dotate di sufficiente autorità erano in grado di tenere la situazione sotto controllo. Non che la situazione sia molto diversa al giorno d’oggi, ma certamente il livello di aggressività medio del cane è calato rispetto ai massimi degli anni ’80 e ’90. Ho già scritto un trattato sull’aggressività, che chi vuole può trovare sul mio sito personale www.sergiocanello.it, che nasce solo da una grande esperienza clinica ma senza studi specifici alle spalle. Ritengo che questi studi clinici possano essere di aiuto a chi studia il comportamento canino e felino. Sui felini ho alle spalle un’importante esperienza clinica, ma fino a quando ho esercitato (anno 2000), non avevo notato lo stesso fenomeno nel gatto, mentre mi viene riferito dagli esperti attuali che, negli ultimi 10 anni, anche il gatto presenta crisi di aggressività apparentemente immotivate o che vengono spiegate spesso con elucubrazioni mentali molto discutibili (nel senso che si tende a spiegare sistematicamente un comportamento inspiegabile collegandolo a supposti traumi subiti). È ovvio che i traumi possano determinare conseguenze importanti, ma specie i gatti, ma anche i cani, se sono in condizioni normali, hanno sempre avuto una capacità eccezionale ad amare anche proprietari violenti. Non giustifico ovviamente il comportamento violento, voglio solo mettere in luce che quando i cani erano normali non si traumatizzavano facilmente. Classici i poveri cagnoni che, mentre i “padroni” li picchiavano, leccavano loro la mano, dimenticandosi tutto appena la “punizione” era terminata! Quindi, cosa è cambiato? L’ambiente sicuramente, ma un’evidente responsabilità ce l’ha la carne! Ovvia l’obiezione: un animale ancora istintivamente carnivoro come può avere problemi con la carne? Vi racconto, comunque, cosa dettava la saggezza popolare negli anni ’80: “non date troppa carne al cane perché diventa aggressivo”. Se andiamo a collegare la saggezza popolare con il collegamento scientifico fra la carne e la sua influenza sull’attività, a questo dobbiamo aggiungere il pesante ruolo tossico della famiglia delle tetracicline, largamente e legalmente usate negli animali da carne. Questa famiglia d’antibiotici, direttamente non tossica, lo diventa dopo il suo deposito nell’osso e nel grasso, abbondantemente utilizzati nelle farine di carne tradizionale e presenti in gran parte del petfood. Sono chiare le evidenze che la loro tossicità influenza tutti gli organi, compresa la costellazione dei neurotrasmettitori prima citati. Ed è un dato di fatto che, sostituendo le carni del petfood tradizionale con il pesce pescato in mare, si osserva molto frequentemente una sorprendentemente rapida riduzione dei comportamenti ansiosi o aggressivi, con particolare riferimento a impulsività, irritabilità, eccitabilità, emotività, imprevedibilità, marcatura inappropriata, diffidenza, bioritmo irregolare, attivazione, depressione, allerta, esplorazione ambientale e corporea, richiesta di attenzione. La regressione dei sintomi non sembra influenzata dall’età. Questi appunti devono indurre a riconsiderare il peso dell’alimentazione fra le variabili ambientali che vengono comunemente indagate come causa di problemi comportamenti. È assolutamente auspicabile che i percorsi educativi o rieducativi siano impostati, a seconda della tecnica utilizzata, sempre in concomitanza o successivamente ad un cambio di alimentazione orientato con i criteri esposti.

Sergio Canello

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